Get a site

Wislawa Szymborska – Gli sono troppo vicina / I am too close for him

Roberto Ferri (b. 1978), Sonno di Rugiada

I am too close for him to dream about me.
I’m not flying over him, not fleeing him
under the roots of trees. I am too close.
Not with my voice sings the fish in the net.
Not from my finger rolls the ring.
I am too close. A large house is on fire
without my calling for help. Too close
for a bell dangling from my hair to chime.
Too close for me to enter as a guest
before whom the walls part.
Never again will I die so readily,
so far beyond the flesh, so inadvertently
as once in his dream. I am too close,
too close—I hear the hiss
and see the glittering husk of that word,
as I lie immobilized in his embrace. He sleeps,
more available at this moment
to the ticket lady of a one-lion traveling circus
seen but once in his life
than to me lying beside him.
Now a valley grows for her in him, ochre-leaved,
closed off by a snowy mountain
in the azure air. I am too close
to fall out of the sky for him. My scream
might only awaken him. Poor me,
limited to my own form,
but I was a birch tree, I was a lizard,
I emerged from satins and sundials
my skins shimmering in different colors. I possessed
the grace to disappear from astonished eyes,
and that is the rich man’s riches. I am too close,
too close for him to dream about me.
I slip my arm out from under his sleeping head.
It’s numb, full of imaginary pins and needles.
And on the head of each, ready to be counted,
dance the fallen angels.

Gli sono troppo vicina perché mi sogni.
Non volo su di lui, non fuggo da lui
sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.
Non con la mia voce canta il pesce nella rete.
Non dal mio dito rotola l’anello.
Sono troppo vicina. Una grande casa brucia
senza che io chiami aiuto. Troppo vicina
perché la campana suoni appesa al mio capello.
Troppo vicina per entrare come un ospite
dinanzi a cui si scostano i muri.
Mai più morirò così leggera,
così fuori dal corpo, così ignara,
come un tempo nel suo sogno. Troppo,
troppo vicina. Sento il sibilo
e vedo la squama lucente di questa parola,
immobile nell’abbraccio. Lui dorme,
più accessibile ora alla cassiera d’un circo
con un leone, vista una sola volta,
che non a me distesa al suo fianco.
Per lei ora cresce dentro di lui la valle
con foglie rossicce, chiusa da un monte innevato
nell’aria azzurra. Io sono troppo vicina
per cadergli dal cielo. Il mio grido
potrebbe solo svegliarlo. Povera,
limitata alla mia forma,
ed ero betulla, ed ero lucertola,
e uscivo dal passato e dal broccato
cangiando i colori delle pelli. E possedevo
il dono di sparire agli occhi stupiti,
ricchezza delle ricchezze. Vicina,
sono troppo vicina perché mi sogni.
Tolgo da sotto il suo capo un braccio,
intorpidito, uno sciame di spilli.
Sulla capocchia di ciascuno sono seduti,
da contare, angeli caduti.